في ظل أجواء التوتر التي أعقبت حادث الفقيد عبد الرحيم فقير، خرج صانع المحتوى المهاجر المغربي في إيطاليا عبد الكبير عقبة، يحكي إلى المغاربة قصته المؤثرة مع أنزا، التي سماها أمي الإيطالية الثانية.
قصة ساهمت في إطفاء فورة غضب إتهام الشعب الإيطالي بالعنصرية، وأظهرت أنه في إيطاليا العيش المشترك، الأصل هو سواد نماذج الأم أنزا. وخلاف ذلك، مجرد حادث عرضي.
الرباط – جريدة le12.ma
«عرفتي باش تقول لامرأة راه كبحال أمي، خاصها تكون تستاهل… أمي الإيطالية الثانية.
منين جيت هنا لإيطاليا، كنت باقي صغير. وبحال بزاف ديال الناس اللي كيجيو لهنايا، كيجيو كاعيين على البلاد: “هاد البلاد ما عطاتنيش، هاد البلاد الكحلة، والله ما باقي نرجع ليها وخا ما عرفت إش يعطوني…” ولكن أخوتي بيني وبينكم، غير جيت شهرين وأنا نشدها… ضاقت بيّ.
وحداني، وبعيد على أمي، وبعيد على خوتي وخواتاتي. ذيك الساعة الوالد الله يرحمه كان مات. والأصدقاء، الطلبة، الأجواء، اللغة…
كنت فواحد الخدمة، خدام مع واحد السيد كبير شوية فإيطاليا.
واحد النهار شافني نأكل الكاسكروطات باردين، بقيت فيه.
قال لي: “تجي معايا للدار تأكل شي حاجة سخونة”. قلت له: “بسم الله”.
مشيت معاه، غير دخلت، الزوجة ديالته غير شافتني قالت لهم: “هذا هو ولدي السابع”، عندها ستة د الأولاد؛ أربعة ذكور وجوج إناث: بينيتو، لينو، جينو، برونو، أنّا وتيريزا. تتقول لخواتاتي وهذوك تقول لي: “خونا”.
كنت… تنمسحها فواحد الكرسي جُرّاج، وقالت لهم: “هذه هي بلاصته”.
كانت تنقي الليمونة، تتعطيني نص وتأكل نص. تنقي البنانة، تتعطيني نص وتأكل نص. تفاحة تنقيها، تتعطيني نص وتأكل نص.
كانت تصوب واحد الكويرات د الكفتة يقولوا لهم هنايا “بولبيتي” (Polpette)، الأولى اللي تطيب، تتبردها لي وتتعطيها لي. بحال كيف ما كانت أمي تتبرد وتتعطيها لي.
بحال كيف ما كانت أمي تتبرد لي أتاي. تتجولهم: “هذا ولدي”.
وكانت تقول لي: “أولدي بقيتي فيّ،راك ساكن بوحدك، ولكن ما نقدرش نسكنك معايا لسبب واحد: عندي إناث فالدار، والناس -قالت لي- يهضروا… الناس تتحافظ على العرض ديالها”.
كانت تصبن لي حوايجي، وكان تتجول راجلها: “راه إلا ما جاءش يأكل معانا ولا يتغدى معانا ولا يتعشى معانا، ما نطيبلكش”.
كانت تمشي لواحد السوق يومي قريب للخدمة، تشري ذك الزيتون الخضر ذك الكبير الزوين، وتشري الموتزاريلا، وتدوز من تم وتتقول لي فالخدمة: “راه هاني شريتهم على حسابك”.
كانت تصبن لي حوايجي. ومنين تزوجت، شريت لي الخواتم ديال الزواج لي ولزوجتي، وكتبت عليهم الاسم العائلي… كيف ما هي عادة هنايا، الوالدين تشريوا الخواتم ديال الزواج لأولادهم.
منين تحولت للجنوب، بقيت على علاقة بيهم.
تنقول لها أمي وهي تقول لي ولدي. وهذو تنعيط عليهم خوتي وخواتاتي وهما يقولوا لي خونا.
وأولادهم لدابا نتسامح معاهم يقولوا لي “Zio” يعني خالي ولا عمي.
ماتت مسكينة أنزا.
واحد النهار جاني خبرها، ما حضرتش ليها للدفين لأسف الشديد. وبقات فيّ وبكيت فالتليفون مع خوتي وخواتاتي.
وكل سنة منين تنمشي للجنوب، 600 كيلومتر، تنمشي نزورها.
وذك الكرسي اللي عقلتوا عليه، اديته للروضة وحطيته حدى القبر تم ما كيمسوش حتى واحد، هذه سنين.
فين ما مشيت تنصيب ذك الكرسي باقي فبلاصه.
تنجلس حدادها وتنبقى نتأود معاها… ونشعل شمعة وأخذ لها ورد.
هذه هي أمي الثانية أنزا.
علاش قلت لكم هذه القصة أخوتي؟ لأن مؤخراً مع هذه القصة ديال خونا عبد الرحيم، الحزن ديالنا تحول لغضب.
وبزاف ديال الناس -وأنا منهم- ولينا نعمموا، ونقولوا الإيطين كلهم عنصرين… وتنساوا راه كاينين الناس بحال أمي أنزا، اللي تتمليها أمي الثانية.
وما أكترُهُنّ! شحال من أنزا كاينين فإيطاليا اللي احتضنوا الناس هنايا اللي جاو، وبالأخص الناس اللي كيجيو حاركين ما عندهم لا حنين لا رحيم.
التعميم أخوتي من صفات الجهال.
*القصة مترجمة الى اللغة الإيطالية
La storia è stata tradotta in italiano
La mia storia con Enza… la mia seconda madre italiana
Nel clima di tensione seguito alla tragica vicenda del compianto Abdelrahim Faqir, il content creator marocchino residente in Italia Abdelkabir Oqba ha condiviso con i marocchini la sua toccante storia con Anza, che lui chiamava “la mia seconda mamma italiana”.
Una storia che ha contribuito a placare l’ondata di rabbia e le accuse di razzismo rivolte al popolo italiano, dimostrando che in Italia la convivenza è la norma e che la grande maggioranza delle persone assomiglia a figure come mamma Anza. Quanto accaduto rappresenta invece un episodio isolato.
Rabat- Le12.ma
«Per poter dire di una donna che è come tua madre, deve davvero meritarlo… La mia seconda madre italiana.
Quando sono arrivato in Italia ero ancora molto giovane. E come succede a tanti che arrivano qui, anch’io ero arrabbiato con questo Paese. Dicevo: “Questo Paese non mi ha dato niente, è un brutto Paese. Giuro che non ci tornerò mai più, qualunque cosa mi offrano.”
Ma, fratelli miei, tra noi… dopo appena due mesi mi prese una nostalgia terribile.
Ero solo. Lontano da mia madre, lontano dai miei fratelli e dalle mie sorelle. Mio padre, che Dio abbia misericordia di lui, era già morto. Mi mancavano gli amici, gli studi, l’atmosfera del mio Paese, perfino la lingua.
Lavoravo con un signore italiano, già avanti con gli anni.
Un giorno mi vide mangiare dei panini freddi e gli fece pena. Mi disse:
“Vieni a casa con me, così mangi qualcosa di caldo.”
Accettai con piacere.
Appena entrai in casa, sua moglie mi vide e disse subito:
«Ecco il mio settimo figlio.»
Avevano sei figli: quattro maschi e due femmine: Benito, Lino, Gino, Bruno, Anna e Teresa.
Lei diceva ai suoi figli:
«Questo è vostro fratello.»
E loro mi chiamavano davvero fratello.
Aveva una sedia sulla quale nessuno si sedeva mai. La pulì con cura e disse:
«Questo è il suo posto.»
Quando sbucciava un limone, ne dava metà a me e mangiava l’altra metà. Faceva lo stesso con una banana, con una mela… tutto veniva diviso a metà.
Preparava delle polpette. La prima che era pronta la faceva raffreddare e la dava a me, proprio come faceva mia madre con il tè, aspettando che si raffreddasse prima di darmelo.
Diceva sempre:
«Questo è mio figlio.»
Un giorno mi disse:
«Figlio mio, mi fai tanta tenerezza. So che vivi da solo. Se fosse per me ti farei vivere con noi. Ma ho delle figlie in casa e la gente potrebbe parlare. Una famiglia deve custodire il proprio onore.»
Mi lavava i vestiti. E diceva a suo marito:
«Se lui non viene a pranzo o a cena con noi, io non cucino nemmeno per te.»
Ogni giorno andava al mercato vicino al mio posto di lavoro. Comprava quelle belle olive verdi grandi e la mozzarella, poi passava da me e mi diceva:
«Le ho comprate pensando a te.»
Continuava anche a lavarmi i vestiti.
Quando mi sono sposato, fu lei a comprare le fedi nuziali per me e mia moglie. Fece incidere il nostro cognome, come da tradizione italiana, perché sono spesso i genitori a regalare le fedi ai propri figli.
Quando mi trasferii nel Sud Italia, non interrompemmo mai i rapporti.
Io continuavo a chiamarla “mamma” e lei continuava a chiamarmi “figlio”. I suoi figli erano diventati i miei fratelli e le mie sorelle, e loro continuavano a chiamarmi fratello.
Ancora oggi i loro figli mi chiamano “Zio”.
Poi la cara Enza se ne andò.
Un giorno ricevetti la notizia della sua morte. Purtroppo non riuscii a partecipare al funerale. Ne soffrii profondamente e piansi al telefono insieme ai miei fratelli e alle mie sorelle.
Ogni anno, quando torno nel Sud Italia, percorro seicento chilometri per andare a trovarla.
Ricordate quella sedia? L’ho portata al cimitero e l’ho lasciata accanto alla sua tomba. Da anni nessuno la sposta.
Ogni volta che torno, la trovo ancora lì.
Mi siedo accanto a lei, come se continuassimo a parlare. Accendo una candela e le porto dei fiori.
Questa era la mia seconda madre: Enza.
Perché vi ho raccontato questa storia, fratelli miei?
Perché negli ultimi tempi, dopo la vicenda del nostro fratello Abdelrahim, il nostro dolore si è trasformato in rabbia.
Molti di noi, e io stesso tra questi, hanno finito per generalizzare, dicendo che tutti gli italiani sono razzisti.
Ma ci siamo dimenticati che esistono persone come la mia mamma Enza, che considero la mia seconda madre.
E ce ne sono tantissime.
Quante “Enza” ci sono in Italia, persone che hanno accolto con il cuore chi è arrivato qui, soprattutto coloro che sono giunti senza nessuno, senza una famiglia, senza un punto di riferimento.
La generalizzazione, fratelli miei, è una caratteristica dell’ignoranza.»
